26 ottobre- Uscita memorabile a Mantova. Alla scoperta di Giulio Romano

Perfettamente riuscita la visita culturale a Mantova sabato 26 ottobre 2019. Scaldati da quel tepore ottobrino, che ha caratterizzato le ultime settimane del mese, non potevamo che goderci le due mostre dedicate a Giulio Romano a Palazzo Ducale e a Palazzo Te. Per la prima parte della giornata abbiamo avuto una guida eccezionale, il prof. Paolo Bertelli, componente il Comitato Scientifico della grande mostra di Palazzo Ducale Con nuova e stravagante maniera. Giulio Romano a Mantova, che ci ha accompagnato sia attraverso il lungo percorso della mostra sia alla Camera degli sposi, facendoci appassionare con il suo modo accattivante, ricco di aneddoti storici, alimentato da quell’orgoglio tutto mantovano e dalla sua grande preparazione storico-artistica. Dopo una prima spiegazione all’esterno del palazzo sulla storia della famiglia Gonzaga e sulla costruzione dell’edificio sede della mostra, ci ha illustrato il suo articolarsi e i motivi che hanno spinto a tale realizzazione: Con nuova e stravagante maniera è stata concepita come il susseguirsi di tre sezioni con le quali si vuole mettere in luce il genio poliedrico di Giulio Romano che si espresse in forme artistiche e discipline estremamente varie, dall’architettura alla pittura, dagli arazzi all’oreficeria, trovando un comune denominatore nella pratica del disegno. Grazie in particolare alla collaborazione con il Musée du Louvre sono riusciti a realizzare la più grande esposizione di disegni del più celebre allievo di Raffaello. Il prof. Bertelli sarà anche nostro ospite al secondo appuntamento del 7° ciclo di incontri a Palazzo Chiericati il 19 novembre, per parlare di questo filo rosso che lega il più importante artista del Cinquecento, Raffaello, e il suo erede designato che esportò il proprio talento alla corte dei Gonzaga, influenzando con la sua maniera tutto il nord Italia.
Tra le sale maestose di Palazzo Ducale e di Palazzo Te, l’arte di Giulio Pippi de’Jannuzzi viene riportata alla vita nei due scrigni che lo hanno consacrato artista poliedrico tout court. Enormi arazzi, ceramiche e libri del tempo affiancano i disegni e i cartoni preparatori, celebrando la sua maestria. Se infatti nei disegni di età giovanile sono evidenti i prestiti dal maestro, rappresentati da un uso privilegiato della sanguigna su carta preparata e da un disegno già molto definito, così cambiano una volta approdato in età più matura: penna e inchiostro nero acquerellato vengono preferiti per dare profondità alle scene e alle figure. Anche i primi pensieri sono risultati molto interessanti per capire lo sviluppo non solo del progetto dell’opera singola, ma anche per l’evoluzione dell’arte di Giulio Romano.
I nostri occhi si sono posati poi anche su quelle meravigliose decorazioni che ornano le sale: stucchi, quadri, volte e pareti affrescate e grottesche popolano Palazzo ducale, che al tempo suscitarono l’invidia anche dell’Imperatore Carlo V. Bertelli ha fatto presente, tra un passaggio e l’altro nelle varie sale, che i moltissimi spazi vuoti incorniciati da queste decorazioni in stucco ospitavano effettivamente dei quadri che con la vendita della collezione a metà del Seicento perpetrata da Vincenzo II, entrarono in quella di Carlo I Stuart, re d’Inghilterra.
Se la prima sezione allestita al piano terreno del Castello di San Giorgio, Il segno di Giulio, analizza la produzione grafica di Giulio come progettista, designer e pittore in un momento precedente l’arrivo nella città gonzaghesca, nella seconda Al modo di Giulio, che occupa la Corte Nuova e l’Appartamento di Troia, viene suggerito un dialogo diretto tra i disegni dell’artista e la decorazione della residenza dei Gonzaga. Infatti, sala per sala, laddove è ancora possibile, s’instaura una relazione tra i suoi disegni e gli ambienti reali. È il caso, ad esempio, della Sala dei cavalli dov’è esposto il disegno preparatorio per la decorazione del soffitto con la Caduta di Icaro, confronto apprezzabile tramite uno specchio.
La terza sezione della mostra, Alla maniera di Giulio, chiude il percorso e qui vengono approfonditi i temi di Giulio Romano architetto, tra cui spicca la copia di un disegno da parte di Andrea Palladio, e quello della sua eredità, con le opere di allievi e discepoli, quali Fermo Ghisoni, Giovanni Battista Bertani, Lorenzo Costa.
Di grande impatto e ben conservati sono il salone d’onore tutto decorato con affreschi che ripropongono il finto marmo come la scalinata d’accesso al palazzo, la Camera dei Cesari, i cui ritratti sono di Tiziano e le cornici di Giulio Romano, per la quale il prof. Bertelli ha fortemente voluto e fatto sistemare dei pannelli sulla porzione inferiore che riproponessero la decorazione originaria mutuata da un rilievo di Ippolito Andreasi.
La seconda parte della giornata è stata dedicata alla visita di Palazzo Te, che ospita l’esposizione Arte e desiderio, sempre dedicata al celebre artista. Anche qui una guida d’eccezione ed eccezionale, la professoressa Laura Lo Prete, che ci ha introdotto e portato alla riflessione sulla tematica affrontata dalla mostra, che è strettamente connessa al luogo che la ospita. Soggetti erotici e storie amorose sono infatti ricorrenti nelle sale di Palazzo Te, i quali ci sono stati ben spiegati dalla professoressa che ha posto particolare accento sul senso della costruzione dell’edificio, commissionato a Giulio Romano da Federico II Gonzaga quale luogo di svago, di riposo e di incontri amorosi con la bella cortigiana Isabella Boschetti. Questo luogo di delizie doveva sorgere fuori città in un isolotto circondato da laghetti dove già si trovava un edificio quattrocentesco, luogo di addestramento per i pregiati cavalli, soggetto che ricorre in particolare nella sala omonima. Tra quadri, arazzi e sale di soggetto mitologico, come la Sala dei Giganti, il nudo e la tematica erotica ci hanno offerto la possibilità di riflettere su un aspetto relativamente poco noto dell’arte del Rinascimento, che ha avuto libertà e vita breve, poiché il Concilio di Trento mise al bando questo genere di produzione. A celebrare la tematica e l’influsso di quegli allora neonati scavi romani iniziati nel Cinquecento sul coacervo di staterelli del suolo italiano, all’ingresso della mostra si staglia la statua di Venere, dea per antonomasia dell’amore, già di proprietà di Giulio Romano e donata dall’artista al marchese di Mantova, Federico Gonzaga. L’esposizione è divisa in sei parti che celebrano l’artista presentando molte fasi della sua produzione, sin da quella giovanile nella bottega di Raffaello, in particolare il suo intervento nella decorazione della stufetta del Cardinal Bibbiena nel Palazzo Vaticano (1515-1516), e nella Loggia di Psiche alla Villa Farnesina a Roma; quella de I Modi, una serie di 16 immagini pornografiche, incise da Marcantonio Raimondi e accompagnate da sonetti licenziosi composti da Pietro Aretino e le ultime tre ospitanti disegni e incisioni con soggetti amorosi mascherati da storie mitologiche e giustificati come traduzioni in immagini di invenzioni letterarie e poetiche che, come già ricordato, a seguito delle disposizioni del Concilio di Trento, vennero meno. In quest’ultima parte della mostra vengono ospitati anche la tela intitolata i Due Amanti, conservato all’Ermitage realizzato poco prima dell’arrivo dell’artista a Mantova, nel 1524, e lo spettacolare arazzo con Mercurio ed Erse.
Una giornata spettacolare si è conclusa all’insegna della scoperta di Giulio Romano, prima attraverso quel trait d’union che è il disegno a Palazzo Ducale e poi, sotto la più celata veste di pittore di scene erotiche che vide la sua miglior celebrazione nel luogo di tale leggerezza e brio, Palazzo Te.

Due facce della stessa medaglia che, dopo trent’anni dall’ultima retrospettiva sull’artista, tornano a toccarsi nella stessa città che ne aveva suggellato il coronamento a maestro indiscusso e fautore di quella strana e stravagante maniera romana che seppe dialogare con il nord dell’Italia, influenzando tutti i settori dell’arte.

1° Appuntamento del 7° ciclo di incontri a Palazzo Chiericati- 15 ottobre

Tra Storia dell’arte e Restauro.

Il mecenatismo di Vittorio Lombardi. Dal K2 a Villa Cordellina, dall’alpinismo alla progettazione del CISA.

Il primo appuntamento del 7° ciclo di incontri di formazione, organizzato dagli Amici dei Musei di Vicenza a Palazzo Chiericati, ha visto l’intervento del prof. Luca Trevisan in merito alla figura del grande mecenate Vittorio Lombardi (1893-1957). Il professore ha voluto ripercorrere la biografia di questo personaggio partendo a ritroso, dagli ultimi anni della sua vita. Se infatti non si conoscesse la vita di Vittorio Lombardi, sembrerebbe che gli ultimi anni non abbiano avuto nulla a che fare con quelli precedenti. La grande scalata del K2 del 1954, un’impresa tutta italiana, porta anche il suo nome. Egli rese possibile il sogno di molti che avevano tentato questa enorme fatica sulla seconda cima più alta del mondo, guidata dal geologo e amico Ardito Desio. Sessant’anni dopo, a raccontarci come avvenne quest’impresa, sono stati Luca Trevisan e Andrea Savio che nel 2014 ne hanno scritto un libro a quattro mani Vittorio Lombardi. Mecenate illuminato e tesoriere della conquista italiana del K2.
Il nome di questo grande mecenate, tuttavia, è conosciuto soprattutto per il grande amore che nutriva per l’arte e per la sua vena filantropica, che andavano di pari passo con l’altra grande passione già nominata, l’alpinismo.
Sono famosi i suoi contributi destinati a restauri e alla costruzione di grandi opere pubbliche, in particolare per quel famoso intervento che ha fatto rivivere Villa Cordellina a Montecchio Maggiore.
Cosa lega, dunque, la scalata del K2 al recupero di Villa Cordellina, oggetto di questo primo incontro? Che Lombardi fosse il munifico mecenate di Villa Cordellina, era noto a tutte le persone di media cultura, ma che avesse avuto parte anche nell’eccezionale impresa del K2, è stata una novità assoluta. Dobbiamo partire dall’inizio questa volta. Vittorio Lombardi, di umili origini, divenne ben presto, grazie a quel grande senso dell’intuizione, che fu la sua fortuna, un ricco industriale. Sensibile all’arte e amante della montagna, si iscrisse al CAI, ricoprendo ruoli di alto rilievo; già nella sua mente era nata l’idea di creare una scuola d’alpinismo per far interessare svizzeri e austriaci alle nostre montagne, progetto che mai si compì, ma che rese l’idea del suo continuo impegno, e Villa Cordellina non fu che l’esempio concreto di tale amore e filantropia.
Secondo una storia locale, il restauro di Villa Cordellina avvenne in seguito a un viaggio di ritorno che il nostro mecenate stava compiendo per tornare a Milano. Passando per Montecchio Maggiore, si accorse dello status in cui verteva la villa, per cui non perse tempo e la acquistò per restituirle il grande splendore che aveva perso e che meritava di rivivere.
La villa incarnava l’antica proposta dell’ azienda agricola di Palladio, un punto focale quindi, che venne ingigantito in termini scenografici. Il grave stato di incuria lasciato dai precedenti proprietari si era perpetrato nei secoli dopo la fine della Serenissima nel 1797; il destino che si prospettava per le ville venete, infatti, era quello di venire separate dalle proprietà agricole, la linfa vitale dell’azienda, le quali venivano spartite tra tutti i possibili eredi, poiché era venuto meno il principio del fideicommissum. Nel 1954 Lombardi la vide e la acquistò, l’anno successivo il restauro fu ultimato. È qui che emerse il suo senso filantropico: non comprò la villa per abitarci o perché entrasse a far parte delle sue proprietà per poi abbandonarla, le dette una destinazione d’uso e la aprì al pubblico.

Non meno importante fu l’altra grande impresa che non vide purtroppo realizzata, la fondazione del CISA con Renato Cevese. Un altro esperimento culturale ben riuscito. A suo ricordo nei primi anni di vita dell’istituto venne creato un premio che portava il suo nome.
La figura di questo mecenate deve, in questo senso, essere letta in maniera trasversale e riletta sotto un’altra luce: egli, grande mecenate, era convinto che tutti si dovessero occupare dei beni artistici e culturali, in particolare si rivolgeva a quella classe alto-borghese della quale faceva parte.
Villa Cordellina e il K2 sono le due imprese che più gli dettero lustro e fama, così diverse, ma altrettanto molto simili, perché simbolo di una lungimiranza che ha avuto l’ardire di affacciarsi al mondo internazionale e scuoterlo.

 

XVI Giornata Nazionale degli Amici dei Musei

XVI GIORNATA FIDAM

L’incontro articolatosi nelle due giornate di sabato 5 ottobre e domenica 6 ha messo in luce, ancora una volta, l’importanza dell’intervento svolto dall’Associazione degli Amici dei Musei di Vicenza nelle questioni di valore artistico e cittadino. Quest’anno l’appuntamento della FIDAM Associazione degli amici dei Musei, patrocinato anche da AMEI, è stata dedicata al patrimonio dei musei ecclesiastici.

Ad aprire la prima giornata è stato il presidente dell’Associazione degli Amici dei Musei, Mario Bagnara, che ha voluto sottolineare la grande eco avuta dal Museo diocesano di Vicenza sia a livello nazionale, sia estero. “Un riscontro interessante -dice il Presidente Bagnara-, che rende il polo un contenitore prestigioso del patrimonio ecclesiastico diocesano”. Dunque, un sodalizio ben riuscito e saldo, che ha visto la sua piena realizzazione nella mostra Maffei e Carpioni delle Zitelle: dal furto alla rinascita al Museo Diocesano. Queste due giornate studio sono state l’occasione per evidenziare la portata dell’azione svolta dall’Associazione, che è intervenuta non solo sotto il profilo culturale come patrocinante dei due appuntamenti, ma anche come risolutiva risorsa nella scoperta e nel finanziamento del restauro della tela del maestro Giulio Carpioni, che giaceva in uno stato precario presso l’Oratorio di San Michele Arcangelo di Villa Trento Carli a Costozza. Un intervento di restauro ancor più oneroso e importante è stato compiuto precedentemente per il portale di accesso al giardino del Teatro Olimpico che, a breve, grazie ai fondi donati dall’Associazione, riacquisirà lo splendore celato da anni di intemperie e che vedremo prossimamente documentato in un catalogo. Grazie a questa azione si è  così suscitato l’interesse del restauro anche delle adiacenti pareti murarie da parte del Comune di Vicenza che ha provveduto attraverso il consolidamento e la pulitura delle superfici.

Il primo giorno ha visto poi il duplice intervento di Monsignor Gasparini, direttore del Museo Diocesano, e di Luca Trevisan, il vicepresidente dell’Associazione degli Amici dei Musei e dei Monumenti di Vicenza, in merito alla questione del ruolo del Museo Diocesano all’interno del tessuto urbano.

La riflessione sul Museo ha portato ad evidenziare come questo sia il contenitore di un patrimonio artistico importante, che riflette i segni di una fede vissuta nei secoli dalle generazioni, ed è simbolo del potere religioso insieme al Duomo, poiché sede anche del palazzo vescovile. Il Museo Diocesano, come il Duomo e la Basilica palladiana,  è stato, ed è tuttora, elemento identitario e connotante per la città, perché non solo centro del potere, ma anche luogo insediativo antico, sul quale nel XVII secolo Ottavio Revese Bruto costruì il palazzo vescovile che venne ridefinito insieme alla piazza nell’Ottocento in senso neoclassico e ricostruito dopo il secondo conflitto mondiale.

Il Diocesano, aperto dal 2005 e intitolato a Monsignor Pietro Nonis, è – dice Monsignor Gasparini – “non un semplice deposito di oggetti, ma è evento culturale, un approfondimento di vita e fede nei secoli; è evento caritativo e cultuale che assolve attraverso l’arte e la bellezza il messaggio evangelizzatore”. È per questo una meraviglia nella meraviglia, memoria nella memoria. Beni e palazzo vescovile sono testimonianze e luoghi di memoria per conoscere il nostro passato cittadino e capire il presente, intonando così un concerto armonico tra storia, tradizione, sede e patrimonio.

L’oggetto della seconda giornata della FIDAM è stato quello della grande collaborazione avvenuta tra l’Associazione e il Museo Diocesano, che ha permesso di riportare allo splendore una pala che giaceva in condizioni precarie, rappresentante La visione di Sant’Antonio da Padova del veneziano Giulio Carpioni (1613-1678). Il ritrovato aspetto vivace e fresco si deve al restauro ancora in corso d’opera della scledense Alessandra Sella.

Il lavoro e le analisi della restauratrice hanno corroborato le tesi sostenute dalla vicepresidente dell’Associazione degli Amici dei Musei e dei Monumenti di Vicenza, Katia Brugnolo, che in seguito a ricerche e confronti con opere del maestro sia giovanili che della maturità, ha ritenuto di poter ascrivere  il manufatto intorno al 1655-1660. La difficoltà di datare la pala si è riscontrata già ab origine, poiché anche le notizie sull’autore erano scarse e non troppo recenti. I confronti tra le opere conosciute e il riconoscimento dei vari influssi ricevuti dall’autore hanno dato modo alla dottoressa Brugnolo di circoscrivere la pala in questione: un gruppo di opere aventi lo stesso soggetto, Sant’Antonio da Padova appunto, segnano un appiglio cronologico utile, e ben si è prestato anche il confronto stilistico tra queste e quelle di altri periodi immediatamente antecedenti e successivi che risultano tra loro molto diverse. Ecco che è stato possibile avvicinare il Sant’Antonio di Costozza all’opera omonima del 1639 realizzata dal pesarese Simone Cantarini (1612-1648) che soggiornava a quel tempo a Verona.

L’incontro di domenica si è concluso con la visita al primo piano del Museo Diocesano  alla mostra Maffei e Carpioni delle Zitelle: dal furto alla rinascita, dove attualmente è visibile la pala di Carpioni ancora in restauro, al termine del quale verrà pubblicato anche un volume contenente tutti i lavori eseguiti sull’opera, altro frutto della collaborazione tra Museo Diocesano e Associazione  Amici dei Musei di Vicenza.

Paola Lunardon

 

7° ciclo di di incontri organizzato dagli Amici dei Musei di Vicenza a Palazzo Chiericati

Siamo giunti alla settima edizione di un appuntamento divenuto oramai ciclico per il nostro calendario di eventi annuale.

Dopo i corsi degli anni precedenti rispettivamente dedicati all’architettura, alla scultura, all’urbanistica, alla pittura, al paesaggio e all’arte contemporanea, il ciclo di lezioni proposto quest’anno sarà incentrato su tematiche diversificate e coinvolgerà argomenti che spazieranno dalla storia dell’arte al restauro.

Innanzitutto si porrà l’attenzione sul recente restauro del Portale del Teatro Olimpico di Vicenza – realizzato grazie al contributo dell’Associazione – e su altri restauri condotti in tempi recenti dalla Scuola di Restauro dell’Accademia di Belle Arti di Verona, che saranno presentati come esemplificazione di metodologie innovative nonché del moderno concetto di restauro. Si passerà poi a temi differenti, ma di grande attualità come la Street Art e la proposta per la nostra città di un evento di richiamo internazionale; la presentazione della mostra mantovana su Giulio Romano da parte di uno dei membri del comitato scientifico organizzativo e il ricordo della figura di un mecenate talentuoso quale fu Vittorio Lombardi.

Info

Gli incontri si svolgeranno nel Salone d’Onore di Palazzo Chiericati, gentilmente concesso dal Comune di Vicenza, che ha patrocinato l’iniziativa. La partecipazione al corso è gratuita. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Le conferenze saranno della durata di un’ora e mezza circa.

Ad aprire la rassegna sarà Luca Trevisan (Accademico Olimpico), Martedì 15 ottobre alle ore 17.00, con una conferenza dal titolo Il mecenatismo di Vittorio Lombardi. Dal K2 a villa Cordellina, dall’alpinismo alla progettazione del Cisa.

Tesoriere del Cai per la vittoriosa spedizione italiana sul K2 del 1954, e grande amico di Ardito Desio, fu Vittorio Lombardi a rendere possibile sotto il profilo finanziario la costosissima spedizione. Amante delle ville venete soprattutto dopo aver visto la celebre prima mostra sulla civiltà della villa veneta curata da Giuseppe Mazzotti nel 1952 a Treviso (e replicata a Milano, Roma, New York) – una mostra che costituiva un grido d’allarme di fronte a un patrimonio inestimabile che stava andando in rovina -, vide la villa Cordellina di Montecchio Maggiore, capolavoro del Settecento veneto, si innamorò di quella “regina spodestata e sola abbandonata sul ciglio della strada” (come ebbe a descriverla), decise di acquistarla e di restaurarla. Era sostenuto da idee illuminate di un mecenatismo d’altri tempi.

sabato 5 e domenica 6 ottobre 2019 – XVI Giornata Nazionale degli Amici dei Musei

Cari Amici,

Siamo giunti alla XVI Giornata Nazionale degli Amici dei Musei dedicata quest’anno ai Musei Diocesani un patrimonio assai numeroso e diffuso in tutta Italia. Il materiale che custodiscono è quanto mai eterogeneo: non sono infatti solo oggetti di arte sacra, ma anche collezioni archeologiche, etnologiche, scientifiche ecc. Il loro patrimonio culturale è conservato come memoria della comunità affinché essa ne sia stimolata nel gestirlo ed accrescerlo.

Per rendere omaggio e valorizzare il Museo Diocesano della sua città, l’Associazione Amici dei Musei di Vicenza propone due giornate di studio, le cui tematiche metteranno in luce le vicende che hanno condotto alla realizzazione di un museo ecclesiastico per Vicenza e il costante impegno di questa istituzione nell’attività di conservazione dei tesori che custodisce.

Inaugurato nel 2005 il Museo Diocesano di Vicenza è nato per il desiderio della comunità cristiana vicentina di guardare al suo passato con vitalità e passione, alla sua voglia di dialogare con la modernità, orgogliosa di vantare un’esperienza secolare di fede e arte.

Organizzare un museo della memoria storica, religiosa, artistica e culturale cittadina significava (e significa) testimoniare il nostro passato per renderlo il destino della nostra formazione, interpretare le radici del tempo per capire il presente e fornire le chiavi di lettura del futuro (Luca Trevisan).

SABATO 5 OTTOBRE ore 10.30 Sala Lazzati – Palazzo Opere Sociali (Piazza Duomo, 2)

Il Museo diocesano di Vicenza. La vocazione del sito

Presentazione: Mario Bagnara (Presidente Amici Musei Vicenza).

Relatori: Mons. Francesco Gasparini (Direttore del Museo Diocesano); Luca Trevisan (Vicepresidente Amici Musei Vicenza e Accademico Olimpico)

Il Museo Diocesano di Vicenza sembra aver trovato, nel palazzo vescovile, la sede ideale, ma quali furono le ragioni della scelta di allestire tale museo all’interno del vescovado? Quali furono i presupposti perché l’involucro (il palazzo, il museo) e il contenuto (l’apparato storico-artistico-documentale e il suo prezioso allestimento) intonassero un armonico concerto? Non si tratta di un luogo separato, ma di un luogo in continuità fisica e culturale con l’ambiente circostante, non estraniato dagli altri contesti storico-artistici ed ecclesiali.

DOMENICA 6 OTTOBRE ore 16.30 Sala Lazzati – Palazzo Opere Sociali (Piazza Duomo, 2)

Una pala ritrovata di Giulio Carpioni, in un’analisi approfondita alla luce del restauro

Presentazione: Mons. Francesco Gasparini (Direttore del Museo) e Mario Bagnara (Presidente Amici Musei Vicenza).

Relatori: Katia Brugnolo (Vicepresidente Amici Musei Vicenza e Docente all’Accademia delle Belle Arti di Verona); Alessandra Sella (Restauratrice)

Il restauro della pala di Giulio Carpioni raffigurante S. Antonio da Padova adorante Gesù Bambino, proveniente dall’Oratorio di San Michele Arcangelo di Villa Trento Carli a Costozza (Vicenza), è stato finanziato in parte anche dall’Associazione Amici dei Musei di Vicenza. Questo intervento ha reso possibile un interessante scambio di opinioni e deduzioni tra storica dell’arte e restauratrice.

La pala, attualmente in corso di restauro al Museo Diocesano e visibile all’interno del percorso della mostra “Maffei e Carpioni delle Zitelle. Dal furto alla rinascita(27 settembre 2019 – 06 gennaio 2020), potrà essere apprezzata dai partecipanti dopo l’incontro di domenica 6 ottobre.

STAGE RETRIBUITO

L’Associazione Amici dei Monumenti e Musei di Vicenza opera nell’ambito della tutela e della valorizzazione del patrimonio storico-artistico della città di Vicenza e della sua provincia.
L’associazione ricerca una figura da inserire nel proprio organico per uno stage retribuito di 6 mesi, part time, a partire dalla metà di ottobre.

Fondata nel lontano 1949 da Renato Cevese e Antonio Bardella, l’Associazione svolge attività dirette alla salvaguardia del territorio e alla promozione della conoscenza.
Finanzia interventi di restauro di opere d’arte; propone visite di studio per i soci in Italia e all’estero; organizza conferenze e corsi di formazione aperti al pubblico; garantisce con il suo volontariato l’accoglienza ai visitatori e la sorveglianza presso chiese e musei della città; finanzia l’edizione di pubblicazioni storico-artistiche.

Siamo alla ricerca di una figura giovane, dinamica, che abbia voglia di fare e spirito di adattamento. La persona riceverà affiancamento e una formazione della durata di due settimane.

Responsabilità, ambiti e compiti: servizio di segreteria e accoglienza; riferimento principale utenze esterne; aiuto nella redazione di comunicati stampa per quotidiani locali; progettazione materiale informativo e pubblicitario; amministrazione e aggiornamento del sito internet; composizione di newsletter; aiuto nella programmazione delle attività: corsi di formazione, eventi culturali, visite di studio; disponibilità alla partecipazione agli eventi programmati.

Requisiti: cittadinanza italiana o comunitaria, sono equiparati i cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia; residenza nel comune o nella provincia di Vicenza; compimento del 18° anno di età; diploma di scuola superiore; predisposizione al contatto con il pubblico; puntualità e serietà; buona conoscenza informatica; padronanza della lingua italiana; proprietà di linguaggio; capacità di comporre mail istituzionali e newsletter; conoscenze base di contabilità; flessibilità negli orari; preferibile ma non necessario un backgroud artistico e la frequentazione di un corso di laurea attinente ai beni culturali.

Si prega di inviare la propria candidatura via mail a: info@amicimuseivicenza.it
Ricordarsi di inserire anche il recapito telefonico al quale volete essere ricontattati.
Il presente annuncio è rivolto ad entrambi i sessi, ai sensi delle leggi 903/77 e 125/91
Scadenza: 7 settembre 2019

Intervento di restauro al portale di ingresso del teatro olimpico – avvio dei lavori

   

INTERVENTO DI RESTAURO AL PORTALE DI INGRESSO DEL TEATRO OLIMPICO

L’Associazione Amici dei Monumenti, dei Musei e del Paesaggio per la città di Vicenza e provincia per valorizzare il contributo di 25.875,73€ ricevuto il 3 settembre 2018 dal Ministero ai Beni e alle Attività Culturali ai sensi dell’art. 1 comma 4 del D.P.C.M. 21 Marzo 2016 – 2 x 1000 in favore delle Associazioni Culturali-, ha deliberato di avviare la procedura per un intervento, a sue spese, di restauro del portale seicentesco di accesso al Giardino del Teatro Olimpico di Vicenza.
L’intervento di restauro restituirà opportuno decoro all’ingresso del Teatro da Piazza Matteotti, che costituisce una delle principali “porte d’ingresso” del turismo vicentino.

PROPOSTA DI INTERVENTO a cura di Gabriele Zorzetto
L’iniziativa di intervento proposta dall’Associazione Amici dei Musei e dei Monumenti di Vicenza ha come obiettivo il completo restauro del portale principale che dà accesso al giardino del Teatro Olimpico.
Questo manufatto, realizzato con elementi in pietra di Vicenza, manifesta infatti numerose problematiche di conservazione, dovute a diversi fenomeni tra cui l’età stessa della struttura, il degrado dei materiali, l’inquinamento atmosferico, il guano, la vegetazione infestante, l’umidità.
In particolare, si prevede l’esecuzione delle seguenti fasi:
– esecuzione di opere provvisionali, tali da consentire comunque la funzionalità degli accessi al giardino in completa sicurezza anche durante i lavori;
– esecuzione di indagini e analisi chimico-fisiche sui materiali;
– restauro dei materiali lapidei, mediante: rimozione della vegetazione esistente:, rimozione delle colonie di microorganismi mediante applicazione di prodotto biodeteriogeno, pulitura delle superfici mediante l’impiego di acqua demineralizzata, pulitura delle superfici mediante carbonato d’ammonio, pulitura della superficie mediante l’ausilio di impacchi, stuccatura delle micro-fessurazioni e delle lacune, consolidamento degli elementi in pietra presentanti fenomeni di distacco, applicazione su tutte le superfici di prodotto ad azione consolidante e biocida.

CENNI STORICI. Il muro di cinta e il portale
Nella seconda metà del XIII secolo, con l’instaurazione del dominio padovano, la zona orientale del centro cittadino di Vicenza, dove un canale del fiume Bacchiglione originava una vera e propria isola, venne completamente riorganizzata a difesa con la costruzione del Ca-stello di cui oggi rimane inalterato il perimetro, ed entro il quale venne in seguito eretto il Teatro Olimpico.
Protetto da tre alte torri, il Castello, chiamato dell’Isola o di San Pietro, era un caposaldo difeso da un robusto presidio di fanti e balestrieri. Dopo aver subìto gravi danni nel conflitto con Veneziani e Veronesi alla fine del XIV secolo, il Castello venne in seguito privato di due delle torri e trasformato in arsenale e prigione.
Nei secoli seguenti il complesso fu sede del “Territorio”, ovvero della amministrazione della provincia vicentina sotto la Repubblica di Venezia, e successivamente di altre attività.
Il recinto murario originario, come si può ancora osservare, si è conservato nella sagoma e, in parte, anche nelle opere murarie: in particolare, il tratto che delimitava la corte d’armi verso la Piazza Matteotti, e che oggi costituisce il muro di cinta del giardino del Teatro Olimpico, conserva la struttura duecentesca in mattoni e pietre.
È impreziosita dal portale eretto nell’anno 1600 per iniziativa dell’allora capitano di Vicenza, il nobile veneziano Francesco Tiepolo. Nonostante la passata storiografia ne abbia abitualmente attribuito la paternità all’architetto Ottavio Revese, recenti studi (Luca Trevisan, 2016) ne riconducono potenzialmente l’attribuzione a Vincenzo Scamozzi, in ragione di convincenti considerazioni stilistiche e cronologiche.
Il portale, le cui componenti si riconducono agli stilemi tipici dell’architettura militare del periodo, è caratterizzato da una finitura a bugnato rustico, e decorato nella parte sommitale da bassorilievi rappresentanti lo stemma dei Tiepolo e trofei d’armi. Un’iconografia intesa a rappresentare l’antico ingresso all’“armamentario”, ovvero al magazzino di materiali militari dell’esercito veneziano situato all’interno del Castello e dove, ancora ai primi del Seicento, si conservavano armi ed equipaggiamenti per mobilitare, in caso di necessità, cinque o seimila persone.
Sulla soprastante fascia con l’iscrizione, attestante il periodo di esecuzione del manufatto e fiancheggiata da due pilastrini, stava in origine il Leone di S. Marco, abbattuto dalle truppe francesi nel 1797.

ARTICOLI
TEATRO OLIMPICO, PARTONO GLI INTERVENTI DI RESTAURO a cura di Matteo Venturini
L’intervento, in programma fino a fine luglio, ha un costo di 24 mila euro, a carico degli Amici dei monumenti, dei musei e del paesaggio per la città di Vicenza e provincia.
Ad illustrare i lavori questa mattina erano presenti il sindaco Francesco Rucco, l’assessore alle infrastrutture Claudio Cicero e il presidente dell’associazione Amici dei monumenti, dei musei e del paesaggio per la città di Vicenza e provincia Mario Bagnara.
“Stiamo investendo risorse importanti per la valorizzazione dei monumenti della nostra città – ha spiegato il sindaco Francesco Rucco –. Per quanto riguarda l’Olimpico, insieme con la Soprintendenza, con la quale fin da inizio mandato si è instaurata un’ottima collaborazione, stiamo lavorando a un progetto comune per il restauro del Teatro, anche in vista di un eventuale contributo da parte del Ministero per i beni e le attività culturali per il 2020. Vogliamo che l’Olimpico sia un teatro vivo: nei prossimi anni sarà protagonista di stagioni culturali importanti, a dimostrazione che la città deve investire in questo monumento. Il mio auspicio, infatti, è che tra qualche anno possa diventare monumento nazionale, alla pari di altri gioielli italiani ai quali il nostro teatro non ha nulla da invidiare”.
Teatro Olimpico Restauro
“Altre risorse – ha proseguito il sindaco – saranno destinate alla copertura dell’auditorium Canneti con l’obiettivo di riaprirlo al pubblico, e alla Biblioteca Bertoliana per alleggerire le strutture dal peso dei libri. Vogliamo, infatti, investire nel nostro patrimonio culturale, anche con il contributo di privati e associazioni, come quella degli Amici dei monumenti, dei musei e del paesaggio per la città di Vicenza e provincia che ringrazio per il prezioso contributo”.
“Ringrazio l’associazione guidata dal professor Bagnara per aver scelto di destinare ben 24 mila euro a un intervento importante quale il restauro del portale di ingresso del Teatro Olimpico che ogni anno vede transitare migliaia di cittadini e turisti – ha precisato l’assessore alle infrastrutture Claudio Cicero –. Grazie al sindaco, inoltre, saranno stanziati altri 40 mila euro per sistemare completamente il muro di cinta del giardino in modo da avere un intervento organico”.
Nel dettaglio, è previsto il restauro conservativo dei materiali lapidei, in particolare della pietra calcarea di colore bianco/avorio, presumibilmente pietra di Vicenza, di cui è costituito il portale, mediante la rimozione della vegetazione esistente, la pulizia delle superfici, la stuccatura delle micro-fessure, il consolidamento degli elementi in pietra che presentano elementi di distacco e, infine, l’applicazione su tutte le superfici di un prodotto consolidante e biocida.
La diagnosi dello stato di conservazione del portale ha previsto l’analisi dei materiali di cui è costituito oltre che l’individuazione degli elementi di degrado e dissesto presenti.
Il progetto è stato elaborato in base ai principi della conservazione e del minimo intervento, il cui scopo è mantenere autentici, per quanto tecnicamente possibile, le strutture e i materiali che costituiscono il complesso edilizio.
Cenni storici
Eretto nel 1600, il portale di accesso al Teatro Olimpico presenta bassorilievi con trofei d’armi e lo stemma di Francesco Tiepolo, capitano veneto a Vicenza, che simboleggiavano l’antico ingresso al magazzino del Castello, dove erano contenuti materiali ed equipaggiamenti militari dell’esercito veneziano.
Sulla soprastante fascia con l’iscrizione, fiancheggiata da due pilastrini, era presente originariamente il Leone di San Marco, abbattuto dai Francesi nel 1797.

GIORNALE DI VICENZA – SABATO 22 GIUGNO 2019 a cura di Nicola Negrin
IL GIOIELLO PALLADIANO. Presentato il piano da 24 mila euro finanziato dagli Amici dei musei
Portale, cielo e analisi L’Olimpico sotto i ferri.
Avviato il restauro dell’ingresso e approvata la spesa per sistemare il soffitto delle scene di Scamozzi: poi partirà il miglioramento sismico.
L’associazione Amici dei musei ha finanziato i lavori per la sistemazione del portale.
Non è un malato grave. Ma è pur sempre il teatro coperto più antico del mondo. Vista l’età, dunque, è inevitabile che qualche operazione di cura qua e là al teatro Olimpico sia più che necessaria. Ieri è iniziato l’intervento per la sistemazione del portale grazie al finanziamento degli Amici dei monumenti e dei musei. Tra un mese si aggiungerà il lavoro di restauro di tutta la facciata. Nel frattempo si procederà alla sistemazione del cielo delle scene di Scamozzi e tra un anno, grazie al contributo del ministero da un milione, si procederà con il miglioramento sismico. «Stiamo investendo risorse importanti per la valorizzazione dei monumenti della città – afferma il sindaco Francesco Rucco -, vogliamo che l’Olimpico sia un teatro vivo. Il mio auspicio, infatti, è che tra qualche anno possa diventare monumento nazionale». Ma andiamo con ordine cronologico. Il primo intervento ha un costo di 24 mila euro (interamente finanziato dall’associazione) e porterà alla riqualificazione del portale che si affaccia su piazza Matteotti. Nel dettaglio, è previsto il restauro conservativo dei materiali lapidei, in particolare della pietra calcarea di colore bianco/avorio, presumibilmente pietra di Vicenza, di cui è costituito il portale, mediante la rimozione della vegetazione esistente, la pulizia delle superfici, la stuccatura delle micro-fessure, il consolidamento degli elementi in pietra che presentano elementi di distacco e, infine, l’applicazione su tutte le superfici di un prodotto consolidante e biocida. «Ho voluto personalmente questo intervento – afferma il presidente Mario Bagnara – perché sono riuscito a recuperare fondi dal ministero». La diagnosi dello stato di conservazione del portale ha previsto l’analisi dei materiali di cui è costituito oltre che l’individuazione degli elementi di degrado e dissesto presenti. «Grazie al sindaco – aggiunge l’assessore alle infrastrutture Claudio Cicero – saranno stanziati altri 40 mila euro per sistemare completamente il muro di cinta del giardino in modo da avere un intervento organico». Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi il settore lavori pubblici ha approvato la spesa (3.539 euro) per la sistemazione del soffitto delle scene scamozziane. «A seguito di sopralluogo tecnico – si legge nella determina del Comune – è stato verificato il distacco di alcuni porzioni di intonaco in corrispondenza dell’intonaco del cielo e sulla base delle indicazioni fornite dalla Soprintendenza risulta necessario procedere a un intervento urgente di messa in sicurezza della porzione interessata dal pericolo di caduta attraverso una velinatura e la successiva analisi dell’intonaco». Infine, «stiamo lavorando a un progetto comune per il restauro del teatro, anche in vista di un eventuale contributo da parte del Mibac per il 2020», annuncia Rucco. Si tratta di un piano che, con un finanziamento di un milione, potrebbe portare a un miglioramento sismico.

13 aprile – inaugurazione mostra “Omaggio alla Cividale Longobarda con le ceramiche di Katia Brugnolo”

13 aprile – inaugurazione mostra “Omaggio alla Cividale Longobarda con le ceramiche di Katia Brugnolo”

Katia Brugnolo dal 1995 ad oggi è Docente all’Accademia di Belle Arti di Verona, cattedra di Storia dell’Arte, Pedagogia e Didattica dell’Arte.
Artista Lei stessa, ha deciso di dedicare un tributo a Cividale del Friuli realizzando una serie di opere in gesso decorato ispirate ai canoni artistici longobardi.
Impegnata nella divulgazione dell’arte antica invita la Signoria Vostra alla inaugurazione della mostra. Saranno presenti all’inaugurazione: il Direttore del Museo Diocesano di Vicenza, Mons. Francesco Gasparini, il Presidente dell’associazione Amici dei Musei di Vicenza, prof. Mario Bagnara.

Si ritorna al passato e più precisamente alla storia dei Longobardi attraverso le opere di Katia Brugnolo in mostra a Cividale del Friuli, la città che possiede un patrimonio di testimonianze longobarde fra i più ricchi del mondo. I Longobardi, con re Alboino, iniziarono l’espansione verso le regioni italiane, attraversando la penisola dal 568 circa. Li descrive nello sviluppo della loro storia Paolo Diacone, nato nel territorio longobardo a Cividale del Friuli nella prima metà del 700. Da questo sfondo medioevale d’indiscussa vitalità, le opere di Brugnolo, artista vicentina, nel passato Conservatore del Museo d’arte antica di Pordenone, del Museo Civico della Ceramica di Nove (Vicenza) e Docente all’Accademia di Belle Arti di Verona, interpretano le conquiste raggiunte, tramite una rilettura, come afferma, del “percorso storico e contenutistico”. Dai monumenti architettonici legati al culto derivano alcune figurazioni tra le più significative: l’ara commissionata dal duca Ratchis per onorare la memoria del padre Pemmone, oppure il tempietto longobardo noto anche con il nome Tempietto delle Vergini. Brugnolo estrae i motivi che conducono a quell’epoca e riprende su lastre l’eleganza delle sei figure femminili, le Sante in altorilievo, addossate al muro. Nel volto dal diadema imperiale aureo sulla testa e nell’immagine dalla tunica monacale sul busto di due Vergini, interpreta suggestioni classiche ed ispirazioni orientali, fuse nello stile longobardo nella bidimensionalità di alcune lastre, nei profili tracciati che annullano la consistenza dei corpi. L’angelo dalle enormi mani sproporzionate, ispirato dal motivo centrale della figura del Cristo e ripreso sullo sfondo di una grande conchiglia, riconduce alla sua lontananza nel tempo. Veste una tunica marrone in contrasto con l’azzurro intenso delle svolazzanti grandi ali e lo circondano liberamente fiorellini, stelle e una piccola croce, raffigurati secondo i canoni dell’epoca. Alcuni pavoni ed animali che appartengono alla forza dell’universo simbolico, richiamano nel presente la memoria dell’antico. Anche la stilizzata figura allungata, incisa su un blocco modellato, riveste il ruolo di omaggio alla città friulana e richiama il suo legame con il fiume Natisone. Maria Lucia Ferraguti (La Domenica di Vicenza)

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Giornata straordinaria sabato 9 marzo in visita a villa Caldogno

È stata una giornata straordinaria sabato a villa Caldogno. Abbiamo avuto come guida di eccezione Katia Brugnolo che ci ha illustrato i meravigliosi affreschi di Antonio Fasolo, Giulio Carpioni e Giovan Battista Zelotti. Con una spiegazione davvero emozionante, Katia Brugnolo ci ha fatto entrare nella dimensione cinquecentesca della vita in villa, attraverso l’osservazione degli affreschi del Salone d’onore di Antonio Fasolo, dove sfilano personaggi in foggia dell’epoca con movenze aggraziate, pronti ad iniziare un concerto al nostro ingresso, invitandoci alle danze e ad un gustoso banchetto. Personaggi che sono vera e propria materia per gli studiosi di storia del costume, ma anche della musica, asserisce Katia Brugnolo, che avanza l’ipotesi di un artista musico all’opera in queste sale, data la precisione con la quale rappresenta gli strumenti musicali, cari al proprietario committente, Angelo Caldogno, amante della musica e dell’arte. Raro strumento rappresentato qui è la particolare spinetta nell’affresco di sinistra entrando, unica testimonianza di un esemplare che non si è conservato fino ai nostri giorni.

La meraviglia non si ferma però al salone d’onore, prosegue nelle stanze adiacenti con gli affreschi di un altro grande artista, lo Zelotti, che a Caldogno mette in scena le vicende di Scipione l’Africano e di Sofonisba  di cui narra Tito Livio nelle sue Storie. Una pagina di storia romana raccontata con grande energia, dice Katia Brugnolo, ma con drammaticità ormai contenuta.

E infine la stanza del Pastor Fido nella quale interviene nel Seicento, dopo la soppressione della scala che conduceva ai piani superiori, Giulio Carpioni il quale prosegue il tema bucolico della stanza, che presentava scene dell’Aminta del Tasso, con un’altra favola pastorale, quella del Pastor Fido di Battista Guarini, dove anche in questo caso, dopo varie peripezie, l’amore esce vincitore.

Appassionante e stupefacente è stata poi la spiegazione dell’arch. Diego Peruzzo che ci ha condotto a scoprire le cantine della villa. Peruzzo durante la sua campagna di restauro ha avuto la fortuna, a seguito di una brillante intuizione, di rinvenire sotto la pavimentazione il sistema idraulico cinquecentesco, ancora intatto, progettato da Andrea Palladio.

L’architetto ha spiegato come è avvenuto questo ritrovamento: “Sollevato il pavimento, ho potuto scoprire l’antica canaletta in mattoni ricoperta con lastre di pietra dove scorreva l’acqua, fatta convogliare artificialmente dalla roggia a nord che scendeva verso Vicenza”. L’architetto ci ha fatto vedere come, con una serie di chiuse, ben visibili, l’acqua fosse utilizzata nel Cinquecento per servizi, quali lo scarico dei bagni e la cucina. Quest’ultima, collocata in una stanza provvista di camino, era dotata di un secchiaio a terra, portato oggi alla luce.

Nel vano centrale delle cantine sono state poi ritrovate quattro sponde dove venivano disposte le botti per la produzione del vino, in corrispondenza delle quali altre piccole canalette in mattoni servivano per far defluire quanto tracimava entro un piccolo pozzo. Nello stesso vano, al centro, un pozzo romboidale, chiamato dall’arch. “occhio della terra”, serviva per controllare il flusso delle acque ed ha la stessa forma del rombo del frontone “occhio del cielo”.

L’architetto Peruzzo ha continuato la sua spiegazione, evidenziando come poi abbia, durante i lavori, seguito il fluire dell’acqua anche all’esterno, verso est, dove è emersa una cisterna originale: “Una volta utilizzata, l’acqua veniva fatta convogliare entro la cisterna. Dalla stessa roggia, poi, veniva anche ricavata l’acqua per alimentare una piccola peschiera e irrigare il brolo. Un sistema idraulico che certo Palladio deve aver appreso dallo studio degli antichi Romani durante il suo viaggio a Roma. Lo stesso Palladio spiega nei suoi Quattro Libri dell’Architettura: “Se si potrà fabbricare sopra al fiume, sarà cosa molto comoda e bella, percioché e le entrate con poca spesa in ogni tempo si potranno nella città condurre con le barche e servirà agli usi della casa e degli animali, oltre che apporre molto fresca la estate e farà bellissima vista e con grandissima utilità et ornamento si potranno adacquare le possessioni, i giardini e i bruoli che sono l’anima e il diporto della villa”. Enunciato che fu evidentemente messo in pratica e villa Caldogno ne è la riprova.